La Repubblica delle Donne

LA POLITICA DEL CIBO

 

di Rosanna Ercole Mellone

Il salame è di Destra o di Sinistra?

I gourmet si siedono più numerosi alla tavola dell’uno o dell’altro Polo?

“Esiste una cucina “conservatrice” contrapposta a una “progressista”? Dop e “bio” sono la “Bibbia” del popolo di Fini e il commercio equo e solidale del movimento no-global? Le risposte fra le righe di un’indagine Coldiretti-Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione.

Sushi, culto della sinistra. Trenette al pesto, venerate dalla destra. Semplicistico, ma con un fondo di verità, a saper leggere i risultati del sondaggio “Le opinioni degli italiani sull’alimentazione”, realizzato dall’ISPO-Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione e commissionato da Coldiretti. Analizzando i dati delle interviste a 3.774 maggiorenni italiani, se ne scoprono di tutti i “colori” in fatto di cibo.

 

Campanilisti

Riferisce di veri e propri “partiti dell’agro-alimentare” Renato Mannheimer, direttore dell’Ispo che ha presentato l’indagine al Forum Internazionale di Coldiretti a Cernobbio: «Politicamente rilevante è il gruppo dei fedeli ai prodotti biologici e a denominazione controllata e protetta, che ingrossa le sue file ogni anno». Vecchi e nuovi adepti provengono in maggioranza dalla compagine del Centro-destra che nel campione esaminato vanta il 19,3 per cento di consumatori abituali di Dop e Igp e il 10 per cento di strenui fautori dell’agricoltura “pulita”. Sotto lo stesso tetto convive il più folto drappello dei patiti della tavola tutta italiana che per la scelta adducono motivazioni solo in parte patriottiche. Due italiani su tre sono convinti che un alimento tricolore sia più sicuro e degno di fiducia, mentre ben otto su dieci pensano che in etichetta dovrebbe sempre essere indicato il luogo d’origine delle componenti agricole. Come alle urne, il Belpaese si spacca sulla linea dei prezzi, con la metà della popolazione disposta a pagare di più per la certificazione della nascita italiana e dell’identikit dei prodotti. Alla crescita del trend, del 26 per cento rispetto all’anno scorso, contribuiscono i laureati (65%), soprattutto residenti al nord e, si deduce, con simpatie berlusconiane.

 

Innovatori-salutisti

L’attenzione alla qualità del cibo sembra appannaggio della Destra. Non ci sta a fare il fanalino di coda Anna Finocchiaro, del gruppo parlamentare Democratici di Sinistra-L’Ulivo: «E’ una provocazione! L’attaccamento alle identità del cibo non deve essere una posa superficiale: chi ama la cucina e, come me, la pratica non può prescindere dall’attaccamento ai prodotti della terra. Però in chiave moderna. Per la traduzione delle ricette del passato è essenziale la ricerca di fondo di prodotti che riproducano il sapore originario, ma con trucchi in grado di alleggerire le preparazioni». Ingredienti genuini, declinati secondo nuove regole dietetiche, sono il bagaglio alimentare del Centro-sinistra da cui potrebbe derivare una buona quota di quel 23 per cento di 30-39enni divoratori di prodotti “funzionali”, additati dall’Ispo. «Il mangiar sano deve essere insegnato fin dall’infanzia», dice la Finocchiaro, «Fra i nostri interessi, c’è la salvaguardia delle specie autoctone in via di estinzione, come le pesche tabacchiere non solo italiane ma anche turche, e soprattutto l’educazione alimentare».

“L’igienismo a discapito del gusto”, è il commento dell’altra fazione: «I miei amici “bolscevichi” spesso hanno atteggiamenti ortoressici e denunciano intolleranze alimentari immotivate e non diagnosticate, persino all’acqua», punzecchia Enrico Barcella, agronomo consulente della Rai, «Per eccesso di zelo, reputano adulterati olio e vino e si lanciano in campagne contro i prodotti industriali, come merendine e pollame. Viceversa siamo noi i paladini dei cibi veramente nutrienti, non “presidiati”, come l’umile tarassaco dei campi, lessato e condito con extravergine. Attribuiamo alla Sinistra l’avvento negativo della cucina fusion e la disgregazione e reinterpretazione dei piatti, al seguito di tendenze non radicate alla nostra cultura del gusto».

Passi avanti, in confronto ai tempi in cui per l’intellighenzia “rossa” il cibo e dintorni erano argomenti da borghese ottuso, secondo quanto racconta Piero Sardo, presidente della Fondazione per la Biodiversità di Slow Food: «Ai nostri esordi, Rossana Rossanda ha ritenuto disdicevole pubblicare sul Manifesto una paginetta sull’alimentazione nel contesto delle altre dedicate ai problemi operai. Ma “sacro e profano” sono ancor oggi retaggio dei “progressisti” che intendono il valore di un’azienda alimentare solo in termini di posti di lavoro e non di qualità di produzione. Slow Food è stato accusato di operare con le destre e la nobiltà ma stiamo ancora aspettando che la Sinistra si faccia avanti. Per il momento, tramontato il vecchio gourmet, abbiamo un pubblico colto, di varia estrazione e di ceto medio che ha comunque perso il potere d’acquisto. Altre sono le possibilità della Destra che può spendere e la cui ultima moda è quella dei pranzi in casa preparati da grandi cuochi».

 

Forchette schierate

Lo snobismo culinario di alcuni esponenti della Casa delle Libertà non viene smentito dall’enogastronomo Camillo Langone, autore di “Maccheronica: guida reazionaria ai ristoranti italiani”, edita da Mondadori: «Noi reazionari lussuosi e lussuriosi godiamo come se fossimo ancora nell’Ancien Regime quando, appoggiate le suole delle Church su strati di tappeti persiani, conversiamo in dialetto con il cuoco, mentre gustiamo gonzagheschi tortelli e sorseggiamo Lambrusco da enormi bicchieri di cristallo. In locali del rango dell’Ambasciata di Quistello a Mantova, si può essere plebei e aristocratici in un colpo solo. Personalmente non ho mai fatto differenze fra gastronomia di Destra e di Sinistra, ma vivo dentro altre battaglie, quali cattolico/anticattolico e italiano/anti-italiano».

Addirittura anticristico è giudicato da Langone il ristorante Joia di Milano, vegetariano non per questioni di gusto o di salute ma per filosofia irreligiosa ed estetica. Pollice verso per Fabio Picchi del Teatro del Sale di Firenze, genio della ristorazione ma «ostentatamente e fastidiosamente di Sinistra, nonostante il suo locale sia quanto di più elitario si possa immaginare, per la clientela selezionata e gli arredi in legni pregiati e pelle», sentenzia il critico.

Fra i discepoli di Langone, si contano buongustai dell’opposizione che aderiscono anima e piatto ai suoi input, come Donato Troiano, ex sessantottino, ex dirigente di Democrazia Proletaria e poi dei Verdi, ora direttore del giornale on-line InformaCibo: «Oggi non faccio più distinzione fra cuochi di Destra o di Sinistra perché l’importante è mangiare bene. Non ho mai creduto ai fornelli di lotta e di governo e sono rimasto allibito dall’ultimo quaderno di “MicroMega”, dedicato a “Il cibo e l’impegno”. Passare dai girotondi alla mozzarella è strada impervia che nemmeno nel ’68 abbiamo mai percorso. Allora usavamo le osterie solo per gli spuntini e non per preparare le strategie politiche» che per Troiano, in alimentazione, riguardano OGM, pesticidi e sostenibilità dell’agricoltura.

 

Orgoglio italico

Per la quadratura del cerchio, che congiunge gli estremi, le tematiche più scottanti sono proprio i cavalli di battaglia della Destra Sociale, cavalcati da Gianni Alemanno, ministro delle Politiche Agricole e Forestali: «L’inchiesta Ispo ci rende giustizia perché in effetti siamo impegnati sulla qualità dei prodotti e sentiamo profondamente le nostre identità del territorio e la continuità dei valori che esse rappresentano. E’ evidente la leadership italiana in agricoltura che va difesa e supportata con controlli e garanzie per non deludere i consumatori». Il fine giustifica i compagni di strada, per cui si possono stringere “sante alleanze”, senza preclusioni di sorta. «Non si tratta di creare una comunità chiusa», ribadisce il ministro, «ma di avere interscambi con chi, come Slow Food, presenta una matrice comune, fondata su cultura, senso di appartenenza e dell’ambiente».

E’ il Made in Italy la chiave di volta che smuove le coscienze. Per valorizzarlo e promuoverlo, il Mipaf ha ideato BuonItalia, Spa adibita alla conquista dei mercati esteri; puntualizza Alemanno: «Dal momento che l’lCE era distratto riguardo all’agro-alimentare, siamo intervenuti con una serie di progetti, come Galleria Italia per la commercializzazione in Cina delle nostre eccellenze, che coinvolgono industria automobilistica, moda e altro italian-style. Con musei e luoghi di cultura, il Ministero ha stretto accordi perché diffondano i nostri prodotti tipici, utilizzati anche in ogni evento nazionale».

Barra a dritta sull’agricoltura, che potrebbe rivelarsi il jolly della nostra economia, con buona pace di una scuola di pensiero dei “riformatori” per la quale “con le salsicce non si salva la Fiat”. «Non bisogna guardare la singola industria, ma il comprensorio», chiosa Alemanno, «Il Piemonte con salsicce e simili ha creato un proficuo indotto. L’importante è preservare la tradizione senza negare le giuste innovazioni. Perciò sì alle tecnologie sofisticate in cantina perché migliorano i nostri vini, ma no agli OGM che snaturano le produzioni italiane».

 

Trasversali

Al biotech nel piatto, per l’Ispo, è fortemente ostile la metà degli italiani, che formano un ampio fronte compatto e non assoggettato a schieramenti politici. La preoccupazione che gli alimenti geneticamente modificati possano nuocere alla salute fa aumentare del 12% all’ anno gli acquirenti di prodotti OGM-free. E rafforza la coalizione “Liberi da OGM” in cui si ritrovano a combattere, fianco a fianco, formazioni avverse quali Azione Giovani di Alleanza Nazionale e Rifondazione Comunista-Area Agricoltura, l’Associazione Fare Verde e la CGL.

«La mozione parlamentare per mettere al riparo l’agricoltura italiana da contaminazioni transgeniche interessa 10 partiti», spiega Paolo Bedoni, presidente di Coldiretti, «L’obiettivo è bipartisan e ha movente non solo ideologico ma anche economico. Il rifiuto degli OGM nei campi unisce 13 regioni, di cui sette di destra e sei di sinistra, 1.487 comuni, 27 province e decine di associazioni imprenditoriali, ambientaliste e consumeristiche. Sulla sicurezza e sulla qualità non devono esistere divisioni soprattutto se si tratta di proteggere un settore-traino che dà l’immagine del Paese all’estero: infatti per il 45 per cento degli stranieri Italia è sinonimo di cibo e di vino».

 

Nuovi partiti

 

Addio prosciutto e cotechini: avanza la lega del “pork-free”. Per ora, composta dalle avanguardie di immigrati musulmani. «Il problema è demografico perché facciamo maiali ma non bambini», afferma il sociologo Giacomo Vaciago dell’Università Cattolica di Milano, «I mangiatori di insaccati diminuiscono del 5 per cento all’anno, così dobbiamo tener conto dei cambiamenti e dello scenario futuro. Con la sostituzione di migliaia di italiani con altrettanti islamici, si modificheranno abitudini e prodotti e occorreranno generazioni per convertire ai salumi i seguaci di Allah». Sempre che non siano loro a convincere noi…«Agli italiani piacciono le nostre salsicce di tacchino, pollo e altre carni, escluso il maiale, con o senza olive», dice fiero Mohamed del Mercato Arabo di Napoli. «Alcuni di voi si stanno avvicinando alla nostra religione anche attraverso i nostri cibi», sottolinea la portavoce dell’Alimentari della Moschea di Torino. Un coro di proteste si eleva all’ipotesi di una commistione delle due cucine e della resa degli immigrati al maiale: «Mai e poi mai!», è l’inappellabile responso degli interessati che minaccia di far vacillare la nostra tradizione alimentare.

A consolazione, si aprono altri orizzonti gastronomici, squarciati dal movimento dei no-global che sostengono il commercio equo-solidale, applicato anche alla GDO, e la tutela delle biodiversità. «Tifo per il sud del mondo che ha una cultura alimentare millenaria», è il parere del giornalista enogastronomico Vittorio Castellani, in arte chef Kumalé, «Basta con i cuochi stellati e il circuito corrotto e noioso dell’alta ristorazione: è ora di prestare attenzione ai grandi prodotti tropicali e alla cucina delle donne. L’iniziativa di Terra Madre a Torino, che ha fatto incontrare 4.300 piccoli produttori di 130 Paesi, è l’elemento di rottura che indica le politiche emergenti. In alimentazione, si affacciano nuove filosofie come l’accorciamento della filiera, ottenuto con l’esclusione degli intermediari fra contadino e consumatore».

 

Il Rosso e il Nero

 

In sala, i ritratti di Che Guevara, Stalin e Lenin; in ufficio, il busto di Mussolini. Al ristorante Ribo di Guglionesi a Campobasso, convivono due opposti: Bobo, cuoco-comunista per autodefinizione, e la moglie Rita, sua antitesi tanto da non averlo votato alle elezioni regionali.

«Da noi si mangia bene perché la cucina è di Sinistra e si paga male in quanto si fa il conto alla maniera della Destra», afferma l”irriducibile”, che ha iniziato la carriera nei Festival dell’Unità di Termoli, presi d’assalto per le sue specialità proletarie: «Noi gustiamo, la Destra mangia. Lo testimoniano personaggi come Achille Occhetto, imbattibile nelle gare a base di pesce a Capalbio. Anche i miei menu sono ittici, benché io preferisca carne, formaggi e vino rosso. Niente bianco e solo piatti ispirati, fra cui i tagliolini alla Lenin, scarlatti di pomodoro, e la mousse di rapa purpurea, abbinati al mio vino “Ex-rosso D’Alema”».

Bobo è sempre in divisa, con orecchino a falce e martello e grembiule con il Che ricamato; lui milanista festeggia a champagne quando la sua squadra perde e si prenderebbe un giorno di ferie, nel caso in cui Berlusconi si affacciasse alla sua porta.  Invece per Fausto Bertinotti ha allestito un banchetto con bourguignon di pesce e salse rosse, ricette raccolte nel libro “Il gusto semplice”, pubblicato da Squilibri.

Le persone a disagio al Ribo trovano asilo sicuro da Antonello Colonna, nell’omonimo ristorante di Labìco a Roma: «I politici non sono grandi gourmet, ma a tavola quelli del sud capiscono, senza bisogno di guide, poiché il palato borbonico è più affinato, mentre i deputati del nord sanno ma non capiscono. In Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini è insensibile al cibo e mangia per vivere, al contrario di Italo Bocchino e di Michele Baldi, abbonato alle riviste gastronomiche. Fra i miei piatti, all’insegna della rintracciabilità dal campo alla cucina, la Destra predilige le scaloppe di fegato d’oca, il raviolo di trippa e pecorino e il diplomatico al caramello salato e si dimostra ringiovanita dal momento che accetta lo champagne, in passato rifiutato per spirito nazionalista».

Per Colonna, l’alta ristorazione è nelle corde dei “conservatori” e la nouvelle cuisine un “peccato” del Polo di Sinistra che si riscatta grazie a buongustai quali Paolo Gentiloni e Willer Bordon, non imitati da  Massimo D’Alema che, si mormora, memorizza le news del food, e da quei colleghi «falsi intenditori», segnalati da Enrico Barcella, «che sfoggiano una cultura enciclopedica “lontano dai pasti” e poi, alla prova dei fatti, confondono il sapore di tappo di un vino mediocre con un soave sentore di cannella».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

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