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"Nel cibo, la miccia del mal di testa"
Il più diffuso dei disturbi a volte viene scatenato da ciò che si mangia. Per disattivare il meccanismo della cefalea, si può provare ad eliminare gli alimenti a cui si risulta intolleranti.
Eccolo che ritorna: un dolore pulsante alle tempie o un "chiodo" in testa, che non dà tregua. Ma non bisogna sentirsi una vittima solitaria perché il 40% delle persone viene colpito almeno una volta all'anno da un attacco di cefalea. Il 15-20% degli uomini e il 25-30% delle donne soffrono ripetutamente di una delle diverse forme del malanno, senza sapersi spiegare il motivo. Eppure le cause si possono scoprire e i rimedi non mancano.
• Il mal di testa potrebbe anche dipendere dall'alimentazione poiché, se non si tollera un particolare cibo, può manifestarsi la cefalea invece dell'orticaria.
• La lista degli alimenti che fanno esplodere il dolore è lunga e vede al primo posto il cioccolato. Con una serie di esami, si può capire quale cibo è nemico e affrontare il problema con la dieta.
Le diverse facce del mal di testa
Una volta nella vita tutti proviamo quel dolore acuto al capo, ma per alcuni il tormento è cronico e ricorrente, quasi invalidante. Ma occorre osservare bene i propri sintomi e i momenti degli attacchi, perché non esiste un solo tipo di mal di testa, ma tanti e con origini diverse.
• La cefalea è un appuntamento fisso per milioni di italiani. Può essere "primaria", se la sua insorgenza non è collegata a una malattia, oppure "secondaria", definita "sintomatica", per la presenza di una causa clinica: artrosi cervicale, sinusite, febbre, intossicazioni, disturbi della vista, crisi ipertensive e altro.
• Il mal di testa primario, detto essenziale o idiopatico, può manifestarsi in tre modi:
- Emicrania: è caratterizzata da dolore localizzato a metà del capo, a volte associato a nausea, vomito, senso di freddo, intolleranza alla luce e ai rumori. L'attacco dura in media due ore, ma può essere preceduto dai "prodromi" ossia da segni premonitori, come sonnolenza e dissenteria; nell'emicrania "complicata", nei 10-30 minuti prima dei sintomi, si può verificare il fenomeno dell"aura", con annebbiamento della vista, formicolii o pensiero confuso. E' ormai certo che si può ereditare la predisposizione al disturbo, ma di solito è lo stile di vita che influisce sul numero degli attacchi soprattutto in caso di stress. L'emicrania può assalire nei week-end, proprio a causa del relax dopo il super-lavoro; nelle donne, appare prima e durante le mestruazioni, dato che è influenzata dalle variazioni ormonali.
- Cefalea a grappolo: è tipica per il violento e improvviso dolore da un solo lato della testa, in genere dietro l'occhio, accompagnato da lacrimazione e ostruzione nasale. Gli attacchi, che durano dai 30 minuti a due ore, sono "a cascata" o ricorrenti, cioè si ripetono sempre con le stesse modalità, uno dietro l'altro per un certo periodo di tempo e poi spariscono, per ripresentarsi dopo un intervallo di benessere di mesi o di anni. Questa forma, ad andamento stagionale, riguarda più i maschi ed è abbastanza rara, poiché colpisce un individuo su mille.
- Cefalea muscolo-tensiva: cosiddetta perché la sofferenza è provocata dalla contrazione della muscolatura del capo e del collo; il dolore parte dalla nuca e in poco tempo si diffonde fino alla fronte. La sensazione di una fascia che comprime la testa potrebbe verificarsi in seguito a stress, ansia e depressione. Per un'esagerata sensibilità individuale, ogni normale movimento o un qualsiasi stimolo riguardanti il cranio diventano dolorosi.
Il ruolo del cibo
Insieme allo stress, la dieta è ritenuta il principale "generatore" di cefalea, in quanto sono stati individuati alimenti che possono scatenare la crisi.
Inoltre quando una persona predisposta mangia fuori orario oppure un astemio beve un bicchiere di vino, si mette in moto un processo negativo a livello cerebrale che può sfociare nel disturbo. L'odore pungente o sgradevole di una vivanda potrebbe "andare alla testa". Ma l'alimentazione è coinvolta anche in maniera meno evidente.
• Il mal di testa può accompagnare gli anemici, chi ha cambiato abitudini alimentari, quanti hanno problemi digestivi e intestinali oppure chi mastica in maniera errata. Persino un gelato o un alimento ghiacciato potrebbero produrre dolore, per il contatto del freddo con il palato e la lingua: ogni variazione sensitiva o fisiologica possono influire sui vasi sanguigni o sui muscoli del cranio e dare vasodilatazione, contrazione o infiammazione che sono alla base della cefalea.
• Il digiuno o l'ipoglicemia, da dieta restrittiva o scorretta, potrebbero essere i responsabili del mal di testa perché sono legati a sofferenza cerebrale. Fra l'altro, le carenze di vitamine, soprattutto del gruppo B, o di sali minerali, come calcio, magnesio e zinco, talvolta si rivelano attraverso il dolore nella zona cefalica.
Viceversa si suppone che alcuni eccessi di nutrienti possano mandare in tilt la testa: molte persone con cefalea a grappolo hanno livelli insolitamente alti di rame nel sangue e probabilmente sono grandi mangiatori di ostriche, aragoste e olive verdi, ricche del minerale.
Può far male anche troppa vitamina A, contenuta nel tuorlo, nel latte e derivati, in carote, pomodori, arance e spinaci.
• In ogni caso, con il consiglio del medico, è utile adottare i giusti comportamenti alimentari e fare pasti regolari e ben bilanciati, per combattere gli squilibri organici.
La soluzione potrebbe essere: - escludere i cibi ghiacciati o i chewing-gum; - limitare gli alimenti con zinco e vitamina A; - consumare più carne e verdure a foglia verde, contro l'anemia; - prendere integratori di zinco, che abbassa il rame nel sangue; - abbondare con i latticini, per introdurre calcio e fosforo; - assumere yogurt con "acidophilus", in modo da aumentare i batteri intestinali benefici e produrre più vitamina B .
• Tuttavia dietro ad ogni cibo, anche quello all'apparenza più innocuo o benefico, potrebbe essere nascosta una delle micce del mal di testa. Infatti si presume che alcuni alimenti siano corresponsabili della cefalea perché contengono sostanze che la favoriscono. Circa il 25% dei sofferenti ha in un alimento il fattore scatenante del suo male; ma ciò che può nuocere a uno, risulta inoffensivo per altri.
• I componenti di molti cibi, accusati di nuocere alla testa, sono le "amine vasoattive", che agiscono nei soggetti sensibili e predisposti, dilatando le arterie cerebrali. Si è scoperto che molti afflitti da emicrania hanno livelli bassi di un enzima piastrinico che normalmente spezza queste amine alimentari, neutralizzandole.
• Un'altra ipotesi, che viene fatta sul rapporto negativo cibo/cefalea, considera l'alimento come un potenziale "allergene" che provocherebbe, come manifestazione allergica, il mal di testa.
Perché si inneschi il meccanismo del dolore, nel soggetto sarebbero sufficienti un'ipersensibilità o un'intolleranza ad alcuni elementi alimentari che fanno rilasciare dall'organismo l'istamina: la liberazione in circolo di questa sostanza funziona da stimolo doloroso sulla testa dato che, soprattutto se i suoi livelli sono già alti per costituzione personale, la soglia di tolleranza viene superata facilmente e si instaura la crisi.
La vera allergia non è coinvolta, essendo un fenomeno più raro e grave, che interessa il sistema immunitario, con intervento degli anticorpi, assenti nell'intolleranza.
• In conclusione, chi è afflitto da semplice ipersensibilità può concedersi ridotte quantità del cibo incriminato e deve temerlo solo se eccede con le porzioni. Chi è allergico invece si procura "dolori" anche con una piccola dose dell'alimento "proibitivo".
Gli alimenti "fuori di testa"
Molti studi hanno dimostrato che, identificando i cibi non tollerati ed eliminandoli, si riducono nettamente i sintomi del mal di testa nella maggior parte dei sofferenti.
• Abbondano in pericolose ammine: - il cacao, ricco di fenietilammina; - gli agrumi, che contengono octopamina.
La tiramina, la sostanza più implicata nell'attacco, si trova in:
- bevande alcoliche, soprattutto vino rosso e porto, con esclusione della vodka; - prodotti caseari (formaggi stagionati, tipo provolone, gruviera e grana, yogurt, panna acida); - carni e pesci conservati, come le aringhe; - prodotti da forno con lievito (pane, torte); - crauti; - uva passa e fichi; - datteri e noci.
• Anche ingredienti che appaiono in dosi infinitesimali nei cibi trasformati sarebbero in grado di stimolare la cefalea: - gli additivi, come i nitriti presenti nei salumi, nei würstel e nelle carni conservate; - l'aspartame, dolcificante sintetico che in certi individui incrementa gli attacchi e li prolunga; - il glutammato monosodico, dei dadi da brodo e caratteristico della cucina orientale, che in alcuni provoca la "sindrome da ristorante cinese", con cefalea e vertigini .
• Manicaretti meno implicati sono: - legumi e ortaggi, quali fagioli, fave, piselli, cipolle; - frutta fresca, come ananas, banane, avocado e prugne; - semi oleosi, in particolarenocciole e noccioline.
L'enigma caffè
I pareri del mondo scientifico sulle bevande "nervine", come tè, caffè e bibite con cola, sono in parte discordi.
• Se la cefalea è leggera o si presenta nel "fine settimana", una tazzina di espresso può aiutare a debellare i sintomi. Alcuni studi hanno evidenziato che il caffè è importante per prevenire l'emicrania: durante il week-end infatti si tende a consumare una minore quantità della bevanda e l'astinenza improvvisa sarebbe una delle cause della patologia.
Un'indagine americana, della John Hopkins University di Baltimora, ha riscontrato in un gruppo di consumatori abituali di caffè che, non appena sono stati privati della bevanda, il 52% di loro è andato incontro ad un attacco di cefalea.
• All'Università di Washington, si è appurato il comportamento ambiguo della caffeina che a basse dosi si dimostra un analgesico, tanto da venir inserita nei farmaci per alleviare il mal di testa.
• La caffeina blocca il dolore perché induce la costrizione dei vasi sanguigni cerebrali dilitati, ma quando i suoi livelli tendono a diminuire, i vasi si dilatano di nuovo, provocando, specialmente in chi è più sensibile, un attacco di mal di testa più tremendo del precedente.
• Gli esperti suggeriscono di non abusare di caffè, ma nemmeno di interrompere improvvisamente il rito della tazzina in quanto la brusca sospensione potrebbe indurre un imponente mal di testa.
La dieta anticefalea
Durante un episodio di mal di testa non si prova appetito e, in seguito, per due o tre giorni riesce difficile alimentarsi normalmente: il fenomeno è dovuto all'organismo che si autodifende, nel tentativo di espellere le tossine, senza introdurne altre.
La strategia contro il dolore può consistere nell'allontanare quei fattori alimentari che peggiorano la situazione.
• Per almeno un mese, si devono evitare i cibi a rischio che sembrano possibili responsabili; se si è in dubbio sul caffè, conviene non utilizzare i farmaci contenenti caffeina e, per due settimane, astenersi dalle bevande nervine.
• Quando dopo l'esclusione di alcuni cibi, il mal di testa si riduce per frequenza e intensità, si può provare a reintrodurre nella dieta gli alimenti sospesi, al ritmo di uno alla settimana.
• Per prevenire la cefalea, si potrebbe ricorrere ai cibi che la saggezza popolare ritiene "antidolorifici naturali", privi di controindicazioni, in grado di influire su circolazione, fatti infiammatori o comparsa del dolore: pesci grassi (quali salmone, tonno e specie "azzurre"), zenzero e crusca di frumento.
Gli esami per il mal di testa
Spesso, con una semplice visita medica, dai sintomi e dalla storia clinica, lo specialista riesce a definire il tipo di cefalea e le sue cause. Ma a volte potrebbe richiedere l'esame del sangue, per diagnosticare un'anemia, o una radiografia, per controllare lo stato delle vertebre cervicali. Soltanto in casi particolari e di fronte a una cefalea "secondaria", il medico sottopone ad indagini approfondite, come Tac, risonanza magnetica o angiografia, per escludere patologie serie, o può prescrivere test psicologici, per misurare i livelli di ansia, depressione e stress.
• Se viene presa in considerazione l'eventualità di un'intolleranza alimentare, gli esami a disposizione sono tanti, ma non tutti riconosciuti dalla scienza ufficiale.
• La medicina convenzionale propone:
- Prick-test: la prova cutanea si effettua con una goccia di estratto delle sostanze sospette applicata sulla cute e poi inoculata sotto pelle per osservare se nel punto di contatto si forma per reazione un pomfo rosso, indice di allergia. E' il più usato per distinguere l'intolleranza dall'allergia, ma non basterebbe a dare il quadro completo della situazione, perché non sono rintracciabili gli allergeni di tutti gli alimenti.
- Prick by prick: per completare il test precedente, si procede intingendo direttamente lo strumento per pungere nell'alimento fresco. Anche se non compaiono segni di irritazione o prurito nella zona dell'inoculazione, non significa che non si è intolleranti a quell'alimento dato che lo si potrebbe essere ai composti prodotti dalla sua digestione.
- Test di scatenamento: è un sistema diretto, che si adopera per confermare la diagnosi. In pratica, vengono somministrati gli alimenti incriminati per osservare se effettivamente procurano il mal di testa.
- Rast: la ricerca di anticorpi specifici nel sangue, che si esegue tramite analisi in vitro del siero del paziente, si fa per escludere un'intolleranza alimentare, dato che solo in caso di allergia si riscontrano anticorpi.
• Dalla medicina "alternativa" provengono:
- Dria: valuta l'intolleranza attraverso le variazioni della forza muscolare, conseguenti al contatto con gli alimenti presunti nocivi. Durante l'esame, si devono tenere sotto la lingua pasticche o gocce preparate con estratti dei cibi, mentre gli elettrodi posti sul muscolo della coscia registrano se avviene una diminuzione della contrazione muscolare, segnale d'intolleranza.
- Vega-test: misura le variazioni di resistenza elettrica della pelle nei punti tradizionali dell'agopuntura, prima e dopo l"incontro" con l'alimento: se si "cede" oltre un certo limite, si viene giudicati intolleranti.
- Prove citotossiche: il sangue, mescolato sopra un vetrino con gli estratti alimentari, non deve subire modifiche; qualora, al microscopio, i globuli bianchi risultassero gonfi e deformi, si sospetta l'intolleranza, che viene classificata in tre gradi, moderata, grave, estrema, a seconda dell'imponenza della reazione.
Gli "agenti" del mal di testa
Numerosi fattori collaborano, con il cibo, a dare il via alla cefalea. Ecco i più comuni, da cui proteggersi:
• Gli strapazzi fisici e psicologici prolungati, come un'attività fisica sfrenata o lo studio eccessivo.
• Un insufficiente riposo notturno.
• L'uso di contraccettivi orali.
• Il digiuno protratto.
• I lunghi viaggi in macchina, per chi è vittima della cinetosi, o mal d'auto.
• I fatti traumatici, anche minimi, come un colpo di tosse.
• L'improvviso calo di tensione nei giorni di "libertà" lavorativa.
• Le mutazioni della pressione atmosferica, come succede in montagna, della temperatura o di altre variabili climatiche.
• L'esposizione al sole o alla luce intensi.
• Il rumore assordante.
• L'inquinamento da fumo di tabacco o da monossido di carbonio, nelle stanze con aria viziata.
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