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Feste Sacre in Abruzzo : San Nicola a Pollutri
di M. Alba Simigliani
Tra le antiche feste sacre abruzzesi che si sono conservate passando di padre in figlio sul filo della tradizione devozionale, vi è quella di Pollutri legata a San Nicola (vescovo di Myra in Turchia, le cui spoglie furono trafugate nel 1087 da naviganti baresi).
Antica leggenda vuole che anche a Pollutri si trovasse una miracolosa reliquia del Santo incastonata in un artistico braccio d'argento, ma i baresi, per avere l'esclusiva del pellegrinaggio dei devoti, trafugarono la reliquia di Pollutri. Sulla strada del ritorno, però, il piccolo fiume Sinello (Asinello flumen), a Sud del paese, si gonfiò e straripò, i ladri si salvarono a stento, ma persero la reliquia, che fu riportata alla Chiesa di SS.Stefano, dove è tutt'ora custodita. Anche la Statua lignea ( sec.XIII ), che si trova nella nicchia della navata destra, si dice che sia venuta dal fiume, e contesa con i vastesi che la misero su di un carro, ma i buoi si rifiutarono di andare verso Vasto e si diressero a Pollutri.
Ogni paese ha il suo Santo Patrono! La vita di Pollutri ( Comune abruzzese in provincia di Chieti, a 180 m. sul livello del mare, a pochi km dall'uscita Vasto-Nord dell'Autostrada 14) ruota attorno a S. Nicola, che in questo paese ha persino una casa, un orto con pozzo e una quercia secolare!
La devozione del Santo Patrono è espressa con solennità il 6 dicembre (data liturgica della festa del Santo) , caratterizzata dal singolare rito della cottura delle fave, e la prima domenica di maggio ( data della traslazione delle ossa da Myra a Bari).
Feste e rituali per il “ritorno” del mese di maggio sono presenti nel folklore europeo fin dai tempi più remoti. Cerimonie antiche incentrate sulla rinascita della vegetazione dopo la “morte” invernale e riti con cui si propiziano la fertilità della terra e messi abbondanti per il futuro raccolto sono ancora molto diffusi in Abruzzo.
Secondo le cadenze del tipico calendario agro-pastorale, la festa di Maggio del Santo di Pollutri, contiene una delle più comuni simbolizzazioni di questo mese che ne testimonia l'arcaicità: il rituale del grano e del “pane di Santa Nicola”: superamento della crisi invernale ed inaugurazione del tempo nuovo; addio alla stagione fredda e povera e risveglio della natura; vittoria della luce-cosmos, sulle tenebre-caos.
Un vero inno alla gioia il “lancio dei taralli” , accompagnato dal suono festoso della banda!
Una festa con un rituale lungo ed impegnativo che parte due settimane prima con la “sfilata delle Some” : con carri addobbati di nastri e di fiori gli uomini del Comitato trasportano il grano al mulino; intanto le donne apparecchiano “la Tavola delle Some” a cui siedono i soli uomini in attesa della farina ed in cui trovano posto le specialità della cucina locale.
La farina viene, poi, portata alla Casa del Santo, dove, nei giorni seguenti, le donne del Comitato iniziano i preparativi: con farina acqua e lievito impastano i “taralli di pane”. Intorno al lungo tavolo ciascuna prepara il proprio impasto, e, mentre si recita tutte assieme il rosario, la pasta passa di mano, viene fatta ruotare secondo un rito collettivo di grande suggestione e sacralità, in memoria di un'etica basata sulla solidarietà dei rapporti. Quasi una danza che segue il ritmo delle preghiere e fa incontrare i vari impasti con le mani di ognuna, superando, così, la dimensione individuale in favore di quella comunitaria e solidale.
Scandito dalle stesse movenze e dal medesimo rito, si prepara l'impasto senza lievito. Con antichi stampi di legno, il pane azzimo prende la forma del cavallino con il sole sulla coda, e della pupatta, inequivocabile simbolo di fertilità di sicura origine pagana.
La vigilia della prima domenica di maggio i taralli laboriosamente preparati vengono benedetti e sistemati in grandi cesti, caricati sui carri addobbati a festa e, preceduti dalla banda, intorno alle ore 13,00, vengono portati in processione dal parroco e da tutti i componenti della Deputazione della festa fino in piazza, dove, dal balcone di un Palazzo, ad una allegra folla in attesa e pronta ad “arraffare” il prezioso bottino, vengono lanciati i Taralli di Santa Nicola.
Con i trofei dell'abbondanza si torna a casa, mentre i Deputati continuano la questua per le case del paese a cui portano il ”pane”.
Intanto i pellegrini raggiungono, anche a piedi, la Casa del Santo, e con canti e preghiere esprimono la propria devozione popolare, ma anche, con poetica concretezza, la categoria contrattuale che c'è alla base del loro rapporto col Santo, che li porta in modo confidenziale a chiedere la grazia “in cambio” del sacrificio affrontato.
Per ricordare il Santo venuto dal mare, ma giunto qui attraverso i flussi migratori pastorali della transumanza, al pomeriggio si porta in processione, oltre alla statua d'argento (del `700, di scuola napoletana), una antica barca dove trovano posto i bambini del paese e che, su ruote, viene spinta dai genitori (non c'è una famiglia che non conservi una foto dei figli nella barca !).
La festa a tavola . La domenica, fra banda, riti religiosi e fuochi pirotecnici si apparecchia il pranzo. Con religiosa devozione le mamme e le nonne, vere sacerdotesse, custodi della cucina tradizionale, con sapiente passione preparano il cibo della festa: vassoi di salsicce sott'olio, salamini stagionati, salsicciotti e prosciutto fatti in casa, affettati a mano con cura, un po' spessi per non disperdere profumi e sapori, accolgono i commensali in attesa che sia servita in tavola la ”spasa” di pasta alla “chitarra” con il ragù di agnello profumato di odori. La sequenza delle carni inizia con il pollo ripieno di fegatini, mandorle e amarene secche, rosolato in olio ed aromi mediterranei: rosmarino, cipolla, aglio, alloro e timo. Segue l'agnello con cicorietta di campagna, con aglio, peperoncino e conserva di peperone rosso. Per finire, la immancabile e profumata porchetta, il tutto sempre accompagnato dal caldo e robusto abbraccio del Rosso Montepulciano d'Abruzzo ( meglio se il locale Caroso).
L'acuto finale di questo gustoso concerto gastronomico, iniziato con il rituale taglio e distribuzione dei pani di S. Nicola da parte della persona più anziana, è la raffinata “pizza dolce”, gaudiosamente consumata in connubio con un annoso vino cotto fatto in casa.
Fra sacro e profano la festa si conclude: Evviva San Nicola!
MAGGIO in ABRUZZO
Un tripudio di feste: sacralità -natura - gastronomia
Se si vuole visitare l'Abruzzo, maggio è, forse, il mese migliore.
Regione cerniera fra il Nord e il Sud della Penisola: “Curioso paese! - scriveva Alberto Savinio - Pesante e assieme leggerissimo, nordico e assieme greco. Intorno è una tempesta rappresa di monti e avvallamenti”. Questa terra “mammelluta” è dominata dalla Mayella, la “Grande Madre” che si affaccia sull'Adriatico (dista in linea d'aria solo 32 Km !), Plinio il Vecchio la definisce “Padre dei monti”, Francesco Petrarca la chiama “Domus Christi” per la presenza di numerosi eremi, ma la sacralità della Maiella affonda le origini in epoche remotissime e precristiane.
La leggenda racconta che la Dea Maya (gigantesca e bellissima donna della Frigia), riparò su questo monte con il figlio morente. Il pianto della dea arrivò fino a Giove che impietosito volle dedicarle un alberello (diffuso in questa montagna!) che fiorisce a maggio: il maggiociondolo. Al nome è legato anche il “mayo” con i suoi riti pagani, poiché la montagna è ricca di grotte (necessari rifugi per i primitivi), di foreste, di acqua e, quindi, è pulsante di vita,”madre”, appunto, che dà la vita e rifugio all'uomo e agli animali. La più grande industria abruzzese è stata per secoli quella armentizia (nel 1400 in Abruzzo si contavano 300.000 abitanti, di cui 30.000 pastori e tre milioni di ovini!) Sulle vie del Tratturo dalla montagna alla costa adriatica, e viceversa, da maggio a settembre, si sviluppò la civiltà di questa terra, per cui si può affermare che la transumanza è la metafora dell'Abruzzo.
Con le inevitabili stratificazioni nei secoli, questo mese porta con sé il “racconto” millenario di questa civiltà, di cui anche la cucina è espressione. Per poterla “assaporare pienamente, occorre mettersi in cammino, sulla via della storia e delle storie.
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